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Autore: Ilaria Catarinelli

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L’AI non è magia. È formazione.

Come Microsoft 365 Copilot e Power BI stanno cambiando il lavoro nelle aziende — e perché la differenza la fanno sempre le persone.

con Nicola Sabia: M365 Copilot Trainer | Power BI | Formazione | PMI Solution.

Nicola non è il solito esperto IT che vive in uno scantinato nutrendosi di caffeina e patatine al formaggio. È quel raro esemplare di professionista capace di tradurre il “technichese” stretto in una lingua comprensibile agli esseri umani — il tutto senza mai perdere la calma (tranne che a stomaco vuoto).

Quando aveva 4 anni, guardando il suo babbo natale stickman, ha capito che il suo futuro non era nel mondo dell’arte. Scelta saggia.

Nicola è un IT Trainer che ha fatto una scelta coraggiosa: uscire dal bunker della sala server per tornare a parlare con le persone. La sua missione? Dimostrare che dietro ogni applicazione non c’è una maledizione divina. È il tipo di docente che non ti spiega solo cosa fa un comando, ma ti convince che usarlo ti cambierà la vita (abbiamo segnalazioni che abbia promesso anche mountain bike con cambio Shimano).

Qualche coordinata utile per capire con chi avete a che fare:

  • Pazienza Zen: ha la capacità sovrumana di spiegare la stessa funzione per la quinta volta mantenendo il sorriso di chi ha appena evitato una multa.
  • Traduttore Universale: riesce a far dialogare il reparto Marketing con il Database — un’impresa che solitamente richiede un miracolo o un trattato di pace internazionale.
  • Teoria vs Pratica: con lui non si fanno solo “chiacchiere e slide”. L’informatica, con Nicola, può essere — incredibile a dirsi — persino divertente.

È qui per risponderci, guidarci e dimostrarci che l’IT non è una magia oscura, ma solo una serie di problemi logici che possono essere risolti e compresi… preferibilmente prima della pausa caffè.


Il percorso

Nicola, come sei arrivato a fare il formatore su tecnologie Microsoft?

Come spesso mi capita di raccontare, questo lavoro ha scelto me e non io lui! Frequentavo Ingegneria e mi capitò di insegnare in un corso serale in una parrocchia, così, tanto per guadagnare qualcosa… poi ho scoperto che mi piaceva moltissimo. Provavo una soddisfazione enorme a vedere le persone che iniziavano il corso muovendo il mouse con le vertigini, per uscire poi sapendo scrivere un documento. Diciamo che sono stato forgiato nel fuoco dell’ECDL, nei corsi serali di una parrocchia di periferia romana. Il mondo Microsoft ha sempre rappresentato per me innovazione e affidabilità — ed è stato il mio primo incontro con l’informatica. Quello non lo dimentichi facilmente.”

Il metodo

Sei conosciuto per un approccio empatico e pratico. Cosa significa concretamente “entrare in empatia” con i tuoi discenti?

Entrare in empatia significa cercare di comprendere l’altro. Quando sei in aula con 10 persone davanti, ci sono due certezze: non tutto quello che dici sarà compreso da tutti, e non tutti si sentiranno liberi di dire “non ho capito”. Costruire una connessione, anche minima, permette di accorciare questa distanza. Lo capisci dallo sguardo se un contenuto è arrivato — e nel caso lo rispieghi in modo diverso, senza che nessuno te lo dica: con l’empatia l’hai già capito. A nessuno piace sentirsi inadeguato, e spesso le persone non chiedono per non apparire meno capaci. Ma se hai accorciato le distanze, esci dalla logica del giudizio. Se pensiamo alla nostra formazione scolastica, di certo ricordiamo di più le lezioni degli insegnanti con cui avevamo una buona sintonia.”

Qual è l’errore più comune che vedi fare nella formazione tecnologica in azienda?

Non accade sempre, ma spesso vedo i docenti più impegnati a dimostrare di sapere che a insegnare. Se prendi un concetto e lo esponi in maniera magistrale, con inglesismi e tecnicismi, sei inappuntabile — ma sei sicuro che tutti abbiano capito? Un piccolo esercizio: se chiedi a 10 persone il significato della parola PEN, tutti diranno “penna”. Se chiedi il significato di “LAYOUT” — parola ormai comune — otterrai 10 versioni diverse. L’errore, spesso, è non sforzarsi a semplificare i concetti tecnici.”

Microsoft 365 Copilot nelle PMI

Qual è la resistenza più frequente che incontri nei confronti dell’AI in azienda? Come la gestisci?

Credo che la resistenza maggiore sia legata al fatto che ancora non si riesce a collocare l’AI nel modo giusto. Complici i titoloni da clickbait, le persone hanno paura di essere sostituite e le aziende hanno paura che qualcuno gli rubi i segreti. Il mio punto di partenza sono proprio queste paure: parto dalle allucinazioni dell’AI, da tutti gli errori che compie, per far capire che è uno strumento potentissimo, ma che da sola — senza la guida umana — può solo sbagliare. Quando le persone capiscono che se ci metti 5 secondi a scrivere una richiesta otterrai un risultato che vale 5 secondi, l’atteggiamento cambia. Si smette di sentirsi furbi se la usi, e diventa un tool al pari di Excel: non usarlo sarebbe anacronistico. Anzi — capisci che ti serve un corso per usarlo meglio!”

Puoi raccontarci un esempio concreto in cui la formazione su Copilot ha fatto davvero la differenza per una PMI?

“NO!!! ahahah — ovviamente sì. Posso raccontarvi di un cliente in Emilia che distribuisce attrezzature industriali in tutto il mondo. Abbiamo creato insieme agenti su Copilot che si occupano di checklist, traduzione di manuali e composizione e riutilizzo di blocchi di testo industriali. Tutte operazioni che vengono comunque verificate e validate a mano, ma che senza quella potenza computazionale richiedevano settimane intere, contro una giornata al massimo. Questo ha permesso all’azienda di dedicare più tempo alle relazioni e alla parte commerciale, che era fortemente limitata dalle attività manuali — aprendo, tra l’altro, a nuove posizioni lavorative.”

Power BI e la cultura del dato

Perché Power BI è così strategico per le PMI?

Power BI è il Pokémon versione evoluta di Excel! 😉 Oltre ad essere strategico, è anche incredibilmente tattico. Essendo una versione sotto steroidi di Excel, l’azienda — senza saperlo — ha già il 50% delle conoscenze necessarie in casa. Power BI eredita da Excel la logica di Power Query, le aggregazioni di Power Pivot e la struttura delle formule. Cosa rimane da imparare? Solo un piccolo gap sul mondo dei dati e sull’applicazione. In più, supera i limiti di capienza e condivisione di Excel. Per le realtà aziendali che ho conosciuto, rappresenta oggi il miglior rapporto costo-beneficio in ambito Business Intelligence.”

Qual è la situazione tipica che trovi nelle aziende prima di introdurre Power BI?

Di solito, appena arrivi in un’azienda trovi una porta, una segreteria e una sala d’attesa. Le trovi anche dopo — ma in più c’è un monitor con una dashboard strepitosa!! 😉

…Non ho resistito, ho dato troppe risposte serie fino ad ora. Posso però affermare con certezza che, prima di Power BI, si è immersi in vortici di file pieni di dati che si copiano e incollano da tutte le parti, con grafici che finiscono su PowerPoint e che spesso mettono famiglie contro famiglie — perché il file Excel originale è cambiato. Uno dei grandi meriti di Power BI è proprio mettere ordine, eliminare la proliferazione di file e organizzare meglio i processi.”

Cosa cambia, nella vita di un manager o di un imprenditore, dopo aver adottato Power BI davvero?

Quello che ho visto cambiare positivamente è la capacità di lettura del dato. Uno dei problemi principali è riuscire a vedere i dati in modo dettagliato e dinamico, magari ipotizzando raggruppamenti o voci che non avevi previsto. Pensiamo a dati trimestrali da preparare per una riunione: il povero analista prepara grafici e tabelle riepilogative, cercando di prevedere tutto. Ma durante la riunione nasce un tema, serve uno spaccato che nessuno aveva immaginato… situazione classica che richiederebbe altri calcoli e altri fogli. Con Power BI, in molti casi, non serve: il drilldown — ovvero filtrare a cascata i dati partendo dalla selezione — è spesso già sufficiente.”

Guardando avanti

Quale sarà la competenza più importante per un lavoratore nei prossimi tre anni?

Gioco il jolly. Certamente le competenze sulla BI e sul mondo dei dati non saranno mai sgradite, e non lascerei fuori l’AI: non conoscerne le basi e un minimo sindacale di prompting potrebbe essere fatale. Ma — contrariamente a quanto sembra richiedere il mercato oggi, ovvero figure verticali estremamente specializzate — credo che la trasversalità e la capacità di adattamento siano la vera base del successo. In un mercato che cambia tecnologie velocemente, è importante saper cambiare ruolo e stare a proprio agio fuori dalla comfort zone.”

Un messaggio finale a chi non ha ancora iniziato questo percorso di trasformazione digitale.

Una famosa frase di un film recitava: “Ci sono più partite di scacchi che si possono giocare con le stesse pedine che atomi nell’universo. La prima mossa non conta, il tempo che la separa dalla fine è un oceano digitale: questo significa che ogni errore può essere recuperato, corretto. Si perde solo quando si smette di giocare.” Il mio consiglio è di abbracciare le novità senza fare propri i pregiudizi altrui. Provare, sperimentare, lanciarsi — sapendo che non si perde per una mossa sbagliata. Mi rendo conto che questo messaggio è poco credibile detto da me. Ma potete sempre imparare dagli errori che commettono gli altri, seguendo i vostri consigli! 😊


CHI È NICOLA SABIA

Nicola Sabia è un trainer e consulente specializzato in Microsoft 365, Copilot e Power BI, con anni di esperienza nella formazione aziendale. Il suo approccio pratico ed empatico lo distingue nel panorama della formazione tecnologica italiana: parte sempre dai bisogni reali delle persone per costruire percorsi su misura. È il punto di riferimento per le aziende che vogliono adottare gli strumenti Microsoft con consapevolezza, produttività e risultati concreti. Preferibilmente prima della pausa caffè ☕️.

Il futuro delle organizzazioni inizia dalle persone

Riflessioni su cambiamento, leadership e apprendimento continuo

di Alessandro Ingrosso – Senior Agile Coach, Formatore, Fondatore di Agile Made in Italy

C’è una domanda che mi faccio ogni mattina da quasi vent’anni:
mi diverte ancora quello che faccio?

Non è una domanda banale. È la domanda che, circa quindici anni fa, mi ha costretto a guardare in faccia una crisi silenziosa. Avevo fondato una start-up nel 1999, l’avevo costruita con le mani, ci avevo messo dentro tutto.

Eppure, a un certo punto, mi sono svegliato e non avevo più voglia di andare a lavorare. Quella crisi è stata la porta d’ingresso verso una trasformazione che non avrei mai immaginato — e che mi ha portato fin qui, a parlare di organizzazioni, cambiamento e leadership come se fossero le cose più importanti del mondo. Perché, a mio avviso, lo sono davvero.


Il cambiamento non è un’eccezione. È la condizione.

Quando le persone mi chiedono “cosa sta cambiando nelle aziende oggi?”, la mia risposta è sempre un po’ provocatoria: nulla di nuovo. Il cambiamento è una costante. Le aziende si affannano a trattarlo come un’eccezione, si trovano spiazzate ogni volta che qualcosa muta, e faticano enormemente ad adattarsi. Ma tutto cambia, sempre — più o meno velocemente, ma cambia.

La vera novità non è il cambiamento in sé. La vera novità è la sua velocità e la sua complessità. Stiamo lavorando in contesti VUCA — Volatili, Incerti, Complessi e Ambigui — dove le regole del gioco si riscrivono continuamente. Gli strumenti che hanno funzionato ieri non garantiscono nulla oggi. E questo vale tanto per le metodologie di lavoro quanto per i modelli di leadership.

Quello che vedo nelle organizzazioni che riescono a navigare questo scenario non è l’adozione di un framework magico o di uno strumento nuovo. È un cambio di mindset profondo: il passaggio da un’organizzazione che subisce il cambiamento a una che lo progetta. Come scrivo spesso ai miei studenti: la domanda giusta non è “come mi adatto al cambiamento?” ma “come costruisco un’organizzazione capace di evolversi continuamente?”. La risposta, per me, è Agile — inteso prima di tutto come modo di pensare, non come insieme di pratiche da applicare meccanicamente.

Il concetto è ben sintetizzato nell’Agile Manifesto (Beck et al., 2001): quattro valori e dodici principi che nascono nel software ma descrivono qualcosa di universale. Tutti i processi aziendali creano valore attraverso prodotti e servizi, e tutte le organizzazioni — farmaceutiche, pubbliche, manifatturiere — possono e devono migliorarsi continuamente per restare competitive.

Il project manager è diventato un leader di persone

Quando ho iniziato il mio percorso come project manager, il lavoro si misurava in Gantt, milestone e deliverable. La bravura consisteva nel tenere tutto sotto controllo. Era un modello rassicurante, e capisco perché ancora oggi molte aziende ne siano ancorate.

Ma il mondo è cambiato. La complessità crescente dei progetti, la necessità di rispondere in tempi rapidi al mercato, l’integrazione di team distribuiti e multidisciplinari hanno messo in crisi il modello del “PM controllore”. Il PMBOK® Guide stesso, giunto alla sua settima edizione (PMI, 2021), ha compiuto un salto paradigmatico significativo: da una guida centrata sui processi a una centrata sui principi e sulle performance domain. Non è un aggiornamento tecnico. È una dichiarazione culturale.

Il project manager oggi deve saper fare cose che non si trovano nei diagrammi di flusso: creare un ambiente psicologicamente sicuro dove le persone osino proporre idee, gestire conversazioni difficili, facilitare la collaborazione in contesti ad alta tensione, aiutare il team a costruire autonomia senza perdere allineamento. In una parola sola, deve saper guidare. Non gestire. Guidare.

Questa distinzione non è semantica. Gestire un progetto significa coordinare attività e risorse. Guidare un team significa capire le persone, le loro motivazioni, le loro paure, i loro potenziali. Ho lavorato con realtà come Mercedes Benz Italia, Toyota Financial Service, ENEL e tante altre: in tutte, le trasformazioni che hanno davvero funzionato non erano quelle in cui avevamo il metodo più elegante, ma quelle in cui c’era almeno una persona capace di tenere insieme la dimensione tecnica e quella umana.


Coaching, leadership e intelligenza emotiva: il centro di tutto

C’è una frase di Daniel Goleman che porto sempre con me: l’intelligenza emotiva non è un optional della leadership — è il suo fondamento (Emotional Intelligence, Goleman, 1995). Eppure, ancora oggi, in molte organizzazioni si parla di soft skill come se fossero un accessorio da aggiungere una volta risolti i “problemi veri”.

Le soluzioni ai problemi veri arrivano dalle persone.

Il coaching, in questo senso, non è una tecnica. È una postura. È la scelta di mettersi in ascolto prima di dare soluzioni. È la capacità di fare domande potenti invece di portare risposte già confezionate. Nel mio lavoro quotidiano — sia in aula che nelle sessioni di team coaching con le aziende — vedo quanto sia raro, e quanto sia prezioso, un leader capace di stare nel silenzio di una conversazione difficile senza dover riempire immediatamente lo spazio.

Il modello di servant leadership (Greenleaf, 1970) che sta al cuore dell’approccio Agile non è utopia. È pratica quotidiana. Significa che il leader esiste per servire il team, non per controllarlo. Significa rimuovere ostacoli, creare condizioni di lavoro sostenibili, proteggere lo spazio di apprendimento del gruppo. È il tipo di leadership più difficile da esercitare — perché richiede maturità emotiva, non solo competenza tecnica.

I modelli pronti all’uso non funzionano. Mai.

Ogni volta che entro in un’azienda e sento la frase “abbiamo adottato Scrum”, trattengo il respiro. Non perché Scrum non funzioni — funziona benissimo, quando applicato con consapevolezza. Ma perché troppo spesso quella frase significa: abbiamo copiato le cerimonie di qualcun altro sperando che bastasse.

Non basta. Non basta fare i daily stand-up se la cultura organizzativa rimane gerarchica e punitiva verso l’errore. Non basta nominare uno Scrum Master se non gli si dà né tempo né autorevolezza per svolgere il ruolo. Non basta usare Jira se il team non sa cos’è una retrospettiva davvero onesta.

Quello che serve — e che nessun framework può sostituire — è costruire un sistema di apprendimento continuo. Peter Senge, nella sua The Fifth Discipline (1990), lo descriveva con chiarezza: le organizzazioni che sopravvivono e prosperano non sono quelle che sanno fare bene una cosa, ma quelle capaci di imparare più velocemente dei loro concorrenti. L’apprendimento organizzativo non è un corso di formazione all’anno. È un processo sistemico, continuo, incorporato nella cultura quotidiana del lavoro.

Quando accompagno le aziende in percorsi di trasformazione Agile, utilizzo un approccio che chiamiamo FCO — Formazione, Coaching, Outcome. Prima costruiamo comprensione condivisa del perché del cambiamento. Poi affianchiamo i team nella pratica, con sessioni di coaching iterativo. E infine misuriamo gli outcome reali — non le attività svolte, ma il valore generato. È un processo lento? Sì. È l’unico che funziona davvero? Nella mia esperienza, sì.

Gli errori che vedo nelle aziende (e nelle persone)

Dopo anni di formazione e coaching, ho imparato a riconoscere i pattern ricorrenti. L’errore più comune non è tecnico. È la resistenza consapevole mascherata da entusiasmo: quella situazione in cui tutti in aula annuiscono, dicono che hanno capito, si dichiarano pronti al cambiamento — e poi tornano in ufficio e fanno esattamente come prima.

Il secondo errore è delegare la trasformazione. “Abbiamo assunto un Agile Coach, ora pensa lui.” No. Il cambiamento organizzativo non si delega. Si guida. Il top management deve essere coinvolto, deve dare l’esempio, deve accettare di mettere in discussione i propri modelli mentali prima di chiedere agli altri di farlo.

Il terzo errore è misurare le attività invece dei risultati. Riempire le bacheche di post-it non è agilità. Completare cento task non significa aver creato valore. La domanda giusta da farsi alla fine di ogni sprint, di ogni progetto, di ogni trimestre è una sola: qual è l’impatto reale che abbiamo generato per il cliente e per l’organizzazione?


Un messaggio per chi guida team e organizzazioni oggi

Se dovessi lasciare una sola cosa a chi guida persone oggi, sarebbe questa: smettila di cercare la formula perfetta e inizia a costruire il contesto giusto.

Le persone non hanno bisogno di manager perfetti. Hanno bisogno di ambienti in cui sia sicuro sbagliare, imparare e crescere. Hanno bisogno di leader che li vedano — davvero — per quello che sono e per quello che possono diventare. Hanno bisogno di scopo, di fiducia e di autonomia.

Carol Dweck, nel suo Mindset (2006), distingue tra una mentalità fissa e una mentalità di crescita. La stessa distinzione vale per le organizzazioni. Le aziende con una fixed mindset si difendono dal cambiamento,

nascondono i fallimenti, premiano il conformismo. Le organizzazioni con una growth mindset cercano il feedback, imparano dagli errori, promuovono la sperimentazione.

Il futuro appartiene alle seconde. E quel futuro si costruisce ogni giorno, nelle piccole scelte di chi guida: nella conversazione che hai con il tuo team stamattina, nel modo in cui reagisci a un errore del collaboratore, nella domanda che scegli di fare invece di dare subito la risposta.

Il cambiamento è una competenza organizzativa. Non si acquista in un corso. Si costruisce nel tempo, con disciplina, con umiltà e con una convinzione profonda: che le organizzazioni sono, prima di tutto, comunità di persone.

E le persone — sempre, sempre — vengono prima.

Alessandro Ingrosso è Senior Agile Coach, formatore autorizzato PMI e ICAgile, e fondatore della Community of Practice Agile Made in Italy. Collabora con aziende e business school italiane nel design di percorsi di trasformazione agile e sviluppo della leadership.

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NIS2: la compliance passa dalle competenze.

La Direttiva NIS2, arrivata in Italia con il D.Lgs. 138/2024, entra nella sua fase decisiva nel 2026. Non si parla più di pianificazione o adempimenti formali: da quest’anno, le organizzazioni coinvolte devono dimostrare capacità operative reali nella gestione della cybersecurity.

Governance, gestione del rischio, continuità operativa e risposta agli incidenti non possono più essere solo documentate: devono funzionare, essere testate e sostenute da persone competenti e formate.

Le scadenze che rendono la formazione indispensabile.

Chief financial officer examining business archive records to provide necessary information for shareholders and investors. Expert working at night to obtain funding, stock operations. Close up.

Il calendario NIS2 rende evidente un punto chiave: senza competenze adeguate, la compliance non è possibile.

  • Gennaio 2026
    È attivo l’obbligo di notifica degli incidenti significativi allo CSIRT Italia entro 24 e 72 ore.
    Questo richiede personale in grado di riconoscere, classificare e gestire correttamente un incidente.
  • 31 ottobre 2026
    Tutte le misure di sicurezza di base devono essere operative: gestione incidenti, supply chain security, crittografia, formazione del personale e continuità operativa.
  • Aggiornamento annuale ACN
    Le informazioni devono essere mantenute aggiornate sul portale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, a conferma di un presidio continuo e strutturato.

NIS2: tecnologia sì, ma soprattutto persone

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La normativa distingue tra Soggetti Essenziali e Soggetti Importanti, ma il denominatore comune è uno solo:
la sicurezza non è più solo una questione tecnologica, bensì organizzativa e culturale.

Le misure obbligatorie, dalla gestione degli incidenti alla sicurezza della supply chain, richiedono:

  • ruoli chiari,
  • processi strutturati,
  • formazione continua per figure tecniche, operative e manageriali.

Senza competenze aggiornate, il rischio non è solo l’incidente, ma l’impossibilità di dimostrare la conformità.

La formazione come leva di compliance (e di resilienza)

Investire in corsi di cybersecurity mirati alla NIS2 consente alle aziende di:

  • ridurre il rischio di errori nelle notifiche e nella gestione degli incidenti;
  • supportare concretamente figure chiave come il Referente CSIRT;
  • dimostrare all’autorità di vigilanza un approccio strutturato e consapevole;
  • ridurre l’esposizione a sanzioni fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato.

La NIS2 introduce anche la responsabilità diretta del management: la formazione non è più un’opzione, ma una misura di tutela per l’azienda e per i suoi vertici.

In conclusione

Il 2026 è l’anno della prova dei fatti.
Le organizzazioni compliant non saranno quelle con più documenti, ma quelle con persone formate, processi chiari e capacità di risposta reale.

In questo scenario, la formazione in cybersecurity non è un costo, ma uno degli strumenti più efficaci per:

  • raggiungere la compliance NIS2,
  • rafforzare la resilienza operativa,
  • proteggere il business nel medio-lungo periodo.
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Nuovo Esame PMP®: inizia il conto alla rovescia!

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Importante aggiornamento dal PMI Global Summit

Dal PMI Global Summit arriva un annuncio che segna un punto di svolta per il mondo del Project Management. Il Project Management Institute ha ufficializzato l’introduzione di una nuova versione dell’esame Project Management Professional (PMP)®, che entrerà in vigore a luglio 2026.

Un cambiamento importante, che riflette l’evoluzione della professione e ridefinisce le competenze chiave richieste ai Project Manager di oggi e di domani.

Nuovo PMP® 2026: più leadership, più strategia, più valore

Il nuovo formato dell’esame PMP® è stato progettato per allinearsi alle reali esigenze del mercato e delle organizzazioni moderne. Il focus sarà ancora più marcato su:

  • Leadership concreta nei progetti, non solo gestione dei processi
  • Decision-making strategico, in contesti complessi e ad alta incertezza
  • Creazione di valore misurabile, per business e stakeholder

Un’evoluzione che conferma la PMP® come certificazione di riferimento a livello globale per i professionisti del Project Management.

Certificazione PMP®: standard di qualità confermati

Nonostante il cambiamento di struttura e contenuti, l’esame continuerà a rispettare i più alti standard internazionali, mantenendo le certificazioni:

  • ANSI/ISO 17024
  • ISO 9001

Questo garantisce continuità, affidabilità e riconoscimento globale del titolo PMP®, sia oggi che dopo il 2026.

Perché conviene sostenere l’esame PMP® prima di luglio 2026?

Con l’introduzione di un nuovo modello d’esame, è altamente probabile che:

  • cambino contenuti e struttura delle prove
  • vengano aggiornate domande, domini di competenza e aree di valutazione
  • i materiali di studio vengano rivisti o completamente rinnovati
  • la preparazione richiesta diventi più ampia e complessa

Sostenere l’esame ora significa prepararsi su un formato stabile, consolidato e ben documentato, con materiali didattici già collaudati e strategie di studio efficaci.

PMP® oggi: una scelta strategica per la carriera

Se stai valutando di ottenere la certificazione PMP® o sei già in fase di preparazione, questo è il momento ideale per finalizzare il tuo percorso.

Certificarti prima del cambiamento ti permette di:

  • ridurre il rischio legato alle novità future
  • ottimizzare tempi e investimenti
  • ottenere subito un vantaggio competitivo sul mercato del lavoro

Il nuovo esame PMP® 2026 rappresenta un’evoluzione naturale della professione. Ma chi agisce ora può beneficiare di un percorso più lineare e sicuro, senza rinunciare al valore della certificazione più riconosciuta al mondo nel Project Management.

Il momento migliore per diventare PMP® è adesso.

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Formazione Agile: perché investire in competenze e certificazioni riconosciute.

Perché la formazione Agile è fondamentale.

L’Agile non è solo un insieme di framework come Scrum o Kanban, ma un vero e proprio mindset organizzativo. Investire in corsi Agile permette di:

  • sviluppare competenze pratiche e immediatamente applicabili nei contesti aziendali;
  • migliorare la collaborazione tra team multidisciplinari;
  • aumentare la qualità dei prodotti e dei servizi, riducendo rischi e sprechi;
  • favorire una cultura del miglioramento continuo e del feedback costante.

Una formazione Agile di qualità aiuta le organizzazioni a rispondere più velocemente ai cambiamenti del mercato e a mantenere un vantaggio competitivo nel tempo.

Certificazioni Agile: un valore aggiunto per la carriera.

Ottenere una certificazione Agile riconosciuta a livello internazionale è oggi uno degli strumenti più efficaci per valorizzare il proprio profilo professionale. Le certificazioni attestano non solo la conoscenza teorica, ma anche la capacità di applicare i principi Agile in contesti reali.

Tra gli enti di riferimento nel panorama Agile internazionale spicca ICAgile, che propone percorsi di certificazione basati su competenze, ruoli e livelli di esperienza. Le certificazioni ICAgile si distinguono per:

  • focus sulle competenze pratiche e sul mindset Agile;
  • assenza di esami standardizzati, privilegiando l’apprendimento esperienziale;
  • riconoscimento globale, ideale per professionisti che operano in contesti internazionali.

Formazione Agile per aziende e professionisti.

La formazione Agile non è rivolta solo a sviluppatori o project manager, ma coinvolge figure chiave come leader, coach, product owner, HR e manager. Investire in percorsi formativi Agile consente alle aziende di:

  • accompagnare la trasformazione Agile in modo strutturato;
  • allineare persone, processi e obiettivi di business;
  • aumentare il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei team.

Allo stesso tempo, per i professionisti, rappresenta un’opportunità concreta di crescita professionale e avanzamento di carriera.

Global Learning: corsi ufficiali e certificazioni Agile.

Global Learning eroga corsi ufficiali Agile progettati per fornire competenze solide e preparare i partecipanti al conseguimento di certificazioni riconosciute a livello internazionale.

L’offerta formativa comprende percorsi su:

  • Agile, Scrum e Kanban;
  • leadership e trasformazione Agile;
  • preparazione a certificazioni Agile internazionali, incluse quelle ICAgile.

I corsi sono tenuti da docenti esperti e combinano teoria, pratica ed esempi reali, garantendo un apprendimento efficace e orientato ai risultati.

La formazione agile come investimento strategico.

In un contesto in cui l’innovazione e la velocità di adattamento sono determinanti, la formazione Agile certificata rappresenta un investimento strategico. Affidarsi a percorsi ufficiali e riconosciuti consente di acquisire competenze concrete, migliorare le performance aziendali e rafforzare la propria posizione nel mercato del lavoro.

Certificazione PMP project management professional gestione progetti aziendali

Certificazione PMP e Project Management PMI: perché oggi è fondamentale per la carriera

Ottenere la certificazione PMP (Project Management Professional) oggi rappresenta uno dei passi più importanti per chi desidera sviluppare una carriera solida nel project management. In un mercato del lavoro sempre più competitivo e orientato ai risultati, le aziende cercano professionisti capaci di gestire progetti complessi garantendo tempi, costi e qualità.

La certificazione PMP rilasciata dal Project Management Institute (PMI) è riconosciuta a livello internazionale e attesta competenze avanzate nella gestione dei progetti secondo standard consolidati come il PMBOK. Per questo motivo sempre più professionisti scelgono di intraprendere percorsi di formazione PMI per diventare Project Manager certificati e accedere a nuove opportunità di carriera.

Allo stesso tempo, il ruolo del project manager sta evolvendo rapidamente. L’integrazione tra Intelligenza Artificiale e Project Management, le metodologie Agile e la crescente complessità dei progetti stanno trasformando il modo in cui le organizzazioni pianificano, gestiscono e monitorano le attività.

In questo articolo vedremo cos’è la certificazione PMP, quali vantaggi offre ai professionisti e alle aziende, come diventare Project Manager certificato PMI e perché oggi la formazione continua nel project management rappresenta un fattore strategico per affrontare le sfide della trasformazione digitale.

Team di project manager al lavoro su dashboard di project management e pianificazione dei progetti

Certificazione PMP: il riconoscimento internazionale del Project Management Institute

Tra le certificazioni più richieste nel settore del project management, la certificazione PMP (Project Management Professional) rappresenta lo standard internazionale più riconosciuto. Rilasciata dal Project Management Institute (PMI), questa certificazione attesta competenze avanzate nella pianificazione, gestione e controllo dei progetti secondo le best practice globali.

Ottenere questa qualifica non significa solo arricchire il proprio curriculum, ma accedere a un riconoscimento internazionale che attesta competenze avanzate e aggiornate.

I vantaggi della certificazione PMP sono molteplici:

  • maggiore credibilità e visibilità professionale per il Project Manager certificato
  • opportunità di carriera in contesti internazionali
  • retribuzione mediamente più alta rispetto ai project manager non certificati
  • capacità di applicare metodologie di project management riconosciute a livello globale

Per chi è agli inizi, la Certified Associate in Project Management (CAPM)® rappresenta un primo passo importante per avvicinarsi alla metodologia PMI.

Come diventare Project Manager certificato PMI: requisiti e percorso PMP

Diventare un project manager certificato PMI richiede una preparazione accurata e orientata sia alla pratica sia alla teoria.

I requisiti per la certificazione PMP includono esperienza nella gestione di progetti, ore di formazione specifica e il superamento dell’esame ufficiale.

La preparazione all’esame PMP, oggi, può essere svolta anche online, grazie a percorsi formativi accreditati PMI. Tra questi, il corso PMI Project Management Professional (PMP)® Exam Prep rappresenta una soluzione mirata per acquisire metodo, simulazioni e strumenti utili al superamento dell’esame ufficiale.

Requisiti per ottenere la certificazione PMP

Per accedere all’esame della certificazione PMP è necessario soddisfare alcuni requisiti stabiliti dal Project Management Institute. Tra questi rientrano un determinato numero di ore di esperienza nella gestione dei progetti, un percorso di formazione in project management e la preparazione specifica all’esame ufficiale PMP.

Formazione Project Management PMI: aggiornamento e certificazione continua

Un project manager di successo non smette mai di formarsi. L’aggiornamento della formazione PMP è fondamentale per mantenere la certificazione attiva, attraverso le ore CCR (Continuing Certification Requirements) che attestano la formazione continua e l’impegno professionale.

La formazione in Project Management oggi non si limita più ai metodi tradizionali: comprende l’applicazione dell’AI, la gestione dei progetti IT, le metodologie agili e ibride, e un focus sempre più marcato sulle soft skill del project manager certificato PMP, come la leadership, la comunicazione efficace e la gestione del cambiamento.

Le competenze richieste a un Project Manager certificato PMP

Un Project Manager certificato PMP deve sviluppare competenze tecniche, gestionali e relazionali. Oltre alla conoscenza delle metodologie di project management PMI, sono fondamentali capacità di leadership, comunicazione efficace e gestione del cambiamento. In quest’ottica, percorsi come il corso Problem Solving e Decision Making aiutano a rafforzare le competenze decisionali richieste nei contesti progettuali complessi.

PMI, PMBOK e Agile: come evolvono le metodologie di Project Management

Il PMI ha da tempo integrato nella sua metodologia principi agili e adattivi. Questo approccio consente ai professionisti di gestire progetti complessi con maggiore flessibilità, mantenendo al contempo gli standard di qualità e governance tipici del PMI. Per questo motivo cresce l’interesse verso percorsi dedicati alle metodologie Agile, sempre più richieste nelle organizzazioni moderne.

Questo approccio consente ai professionisti di gestire progetti complessi con maggiore flessibilità, mantenendo al contempo gli standard di qualità e governance tipici del PMI.

Le PMI italiane possono trarre grande vantaggio da queste metodologie, soprattutto nei settori IT, digital transformation e innovazione, dove la formazione continua in project management PMI diventa un fattore strategico per la competitività.

Perché le metodologie Agile sono sempre più utilizzate nei progetti

Le metodologie Agile permettono di gestire progetti complessi con maggiore flessibilità rispetto agli approcci tradizionali. L’integrazione tra PMBOK e pratiche Agile consente alle organizzazioni di adattarsi rapidamente ai cambiamenti e migliorare la collaborazione tra i team.

Intelligenza Artificiale e Project Management: come cambia il ruolo del Project Manager

Oggi, l’Intelligenza Artificiale non è più solo un tema tecnologico, ma una leva strategica anche per il mondo del project management.

Attraverso percorsi dedicati come il corso Intelligenza Artificiale e Project Management, i professionisti possono imparare a utilizzare algoritmi di previsione, strumenti di analisi dati e piattaforme collaborative per migliorare la pianificazione, il controllo e la comunicazione nei progetti.

In un contesto in cui le imprese italiane cercano di ottimizzare risorse e ridurre i rischi, un project manager certificato PMP con competenze AI rappresenta un asset di valore inestimabile.

Intelligenza artificiale applicata al project management e analisi dei dati nei progetti

Come l’AI supporta la gestione dei progetti

L’Intelligenza Artificiale sta introducendo strumenti avanzati per l’analisi dei dati, la previsione dei rischi e l’ottimizzazione delle risorse nei progetti. Grazie a piattaforme di analisi predittiva e automazione dei processi, i project manager possono prendere decisioni più informate e migliorare l’efficienza operativa.

Opportunità di carriera per Project Manager certificati PMP in Italia

Il mercato del lavoro premia sempre più i professionisti certificati: le opportunità per i project manager PMP crescono costantemente, sia in ambito privato che pubblico.

Per le aziende italiane di piccole e medie dimensioni, investire in percorsi formativi accreditati PMI significa dotarsi di figure capaci di guidare il cambiamento, introdurre innovazione e garantire risultati misurabili.

Con l’avvicinarsi di PMP Italia 2025, il momento giusto per intraprendere un percorso accreditato PMI di formazione è ora: la trasformazione digitale richiede competenze concrete, certificate e riconosciute a livello globale. Il futuro del Project Management è già qui: fatto di metodologie PMI, formazione continua, intelligenza artificiale e competenze trasversali.

Scegliere di formarsi e certificarsi come Project Manager professionista significa investire in sé stessi, nella propria carriera e nel successo delle organizzazioni in cui si opera.

Perché le aziende cercano Project Manager certificati PMP

Sempre più aziende italiane cercano Project Manager certificati PMP in grado di gestire progetti complessi e guidare processi di innovazione. La certificazione rappresenta una garanzia di competenza e affidabilità, rendendo questi professionisti particolarmente richiesti nel mercato del lavoro.

AI Act obblighi per le aziende e supervisione umana nei sistemi ad alto rischio

AI Act: obblighi per le aziende e supervisione umana nei sistemi ad alto rischio

AI Act obblighi per le aziende: il Regolamento UE 2024/1689 introduce nuovi requisiti per le organizzazioni che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale, in particolare quelli classificati come ad alto rischio. Dal 2 agosto 2026 entreranno pienamente in vigore le disposizioni sulla supervisione umana, sulla tracciabilità delle decisioni automatizzate e sulla responsabilità organizzativa previste dal Regolamento UE 2024/1689.
Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico per i team IT: l’adeguamento all’AI Act impatta direttamente governance, compliance e gestione del rischio, ridefinendo i processi decisionali all’interno delle organizzazioni.Le imprese dovranno dimostrare che ogni decisione supportata dall’AI – quando incide su diritti, accesso a servizi, lavoro, credito o valutazioni – resta sotto controllo umano effettivo.
Ma cosa cambia davvero per le aziende? E quali azioni è necessario attivare oggi per garantire la conformità all’AI Act e non farsi trovare impreparati?

Il cambiamento a livello europeo

Il 2 agosto 2026 segna una data di svolta per le imprese europee.
Da quel momento diventano pienamente operativi gli obblighi di sorveglianza umana previsti dal Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio.

Non si tratta di un aggiornamento tecnico né di una scadenza riservata ai team IT.
È un cambiamento che tocca governance, responsabilità e processi decisionali delle organizzazioni.

Sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio secondo AI Act

AI Act e sistemi ad alto rischio: quali obblighi per le aziende

Con il Regolamento UE 2024/1689, l’AI entra formalmente nella sfera decisionale regolata.
Quando un sistema influenza decisioni che riguardano persone, diritti o accesso a opportunità (lavoro, credito, servizi, valutazioni), la responsabilità resta umana.

Come evidenziato dalla Commissione Europea, il Regolamento introduce un approccio basato sul livello di rischio dei sistemi di intelligenza artificiale.

Il principio è chiaro: nessuna decisione ad alto impatto può essere delegata integralmente a un sistema automatizzato.

Con l’entrata a regime degli articoli sulla sorveglianza umana, le aziende che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio dovranno garantire un monitoraggio completo delle attività aziendali:

  • supervisione umana effettiva, non solo formale;
  • capacità di intervento e override sulle decisioni dell’AI;
  • comprensione dei limiti del sistema;
  • tracciabilità e spiegabilità ex post;
  • attribuzione chiara delle responsabilità.

Questo significa che l’adeguamento all’AI Act non è facoltativo ma strutturale: le organizzazioni dovranno dimostrare di rispettare specifici requisiti previsti dall’AI Act in materia di controllo umano, documentazione, gestione del rischio e responsabilità decisionale.

Cosa si intende per sistema di intelligenza artificiale ad alto rischio

L’AI Act classifica come sistemi ad alto rischio quei sistemi di intelligenza artificiale che possono incidere in modo significativo su diritti fondamentali, sicurezza, accesso a servizi essenziali o opportunità lavorative. In questi casi, il Regolamento impone requisiti più stringenti in termini di controllo umano, gestione del rischio e tracciabilità.

Supervisione umana e governance dell’intelligenza artificiale

Uno degli effetti più rilevanti dell’AI Act è lo spostamento del baricentro dall’ AI come progetto tecnologico all’AI come tema di governance e rischio.

L’attenzione si sposta quindi dalla sola performance tecnica alla compliance AI Act e alla capacità dell’organizzazione di garantire conformità normativa lungo l’intero ciclo di vita del sistema di intelligenza artificiale.

Le domande chiave non sono più:

  • il modello è accurato?
  • il sistema è performante?

Ma diventano:

  • quando l’intervento umano è obbligatorio?
  • possiamo usare questo output per decidere?
  • chi ne risponde se qualcosa va storto?

Ruoli e responsabilità nella compliance AI Act

Il Regolamento introduce la necessità di una supervisione umana prevista dall’AI Act, strutturata e documentabile, spesso identificato come Chief Human Oversight Officer (CHOO) o funzione equivalente.

Non è un data scientist senior.
Non è un programmatore.

È una figura ibrida, capace di:

  • comprendere l’impatto decisionale dell’AI
  • valutare rischi legali, etici e organizzativi
  • dialogare con IT, legal, compliance e management
  • documentare e giustificare le scelte adottate

Si tratta di un ruolo centrale nella gestione del rischio AI, chiamato a garantire che le decisioni automatizzate siano sempre controllabili, giustificabili e verificabili.

Il mercato del lavoro non è pronto (ma lo sarà presto)

Secondo le analisi sulle tendenze occupazionali, tra cui il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, la crescita maggiore non riguarda i ruoli puramente tecnici, ma quelli ibridi e decisionali.

Il motivo è semplice:

  • le competenze richieste non sono standard
  • combinano conoscenza normativa, processi e AI literacy
  • implicano responsabilità diretta

Risultato:
la domanda supera già oggi l’offerta.

Formazione aziendale per adeguamento all’AI Act e governance dell’intelligenza artificiale

Formazione e adeguamento all’AI Act: perché le competenze fanno la differenza

In questo scenario, la formazione non è il fine, ma il mezzo. Per garantire una efficace governance dell’intelligenza artificiale, le aziende devono sviluppare competenze trasversali che uniscano tecnologia, normativa e capacità decisionale attraverso percorsi di formazione sull’intelligenza artificiale per aziende.

L’adeguamento normativo può essere supportato da corsi dedicati alla regolamentazione e alla compliance dell’intelligenza artificiale, pensati per manager, responsabili compliance e team IT.

Non serve “formare sull’AI” in senso generico.
Serve preparare le persone a:

  • capire quando fidarsi dell’AI
  • riconoscere i limiti di una decisione automatizzata
  • intervenire in modo consapevole
  • difendere le scelte in caso di audit o contenzioso

Le aziende più mature stanno investendo in:

  • AI literacy per decisori
  • percorsi ibridi per funzioni di controllo
  • affiancamento tra competenze legali, di rischio e tecnologiche

La formazione diventa così un supporto alla governance, non un semplice corso.

Competenze richieste per la conformità all’AI Act

L’adeguamento all’AI Act richiede competenze che combinano conoscenze normative, capacità di valutazione del rischio e comprensione tecnica dei sistemi AI. Non basta saper utilizzare uno strumento: è necessario comprenderne limiti, impatti e responsabilità decisionali.

Cosa devono fare le aziende per adeguarsi all’AI Act

Per garantire la conformità ai nuovi obblighi normativi, le organizzazioni dovrebbero:

  • mappare i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio presenti in azienda;
  • definire ruoli e responsabilità nella supervisione umana;
  • implementare procedure di gestione del rischio AI;
  • predisporre documentazione e tracciabilità delle decisioni automatizzate;
  • attivare percorsi di formazione per garantire una reale compliance AI Act.

AI Act 2026: perché è necessario prepararsi ora

Il 2 agosto 2026 non segna l’inizio del cambiamento.
Segna il momento in cui il cambiamento diventa verificabile.

L’AI Act non chiede alle aziende di rinunciare all’innovazione.
Chiede qualcosa di più complesso: decidere meglio, e saperlo dimostrare.

Le persone, la governance e la preparazione organizzativa sono ciò che farà davvero la differenza.